domenica 26 aprile 2009

Lampedusa, frontiera dei diritti negati. Il 23 aprile manifestazione pubblica e concerto degli Assalti frontali

Lampedusa rappresenta l'ultima frontiera dell'Europa del sud, la prima porta per chi arriva dall'Africa. In troppi casi la speranza di raggiungere questo lembo di terra è naufragata nel mare che lo circonda, tanto da trasformare il canale di Sicilia in un cimitero a cielo aperto, sul fondo del quale giacciono migliaia di corpi senza nome.In altri casi, per chi ce l'ha fatta a raggiungere l'isola, l'approdo ha determinato detenzione, privazione dei diritti fondamentali, espulsione. Lampedusa si è via via trasformata in una fortezza militarizzata, dove anche i suoi abitanti soffrono l'isolamento cui è stata costretta, privi di molti servizi essenziali, di una sanità dignitosa, di trasporti efficienti.Tutto ciò potrebbe trovare soluzione se le politiche migratorie nel nostro paese investissero sull'integrazione anziché sulla repressione, con una legislazione che consentisse l'ingresso legale nel nostro paese, mettendo fine a traffici illeciti e sfruttamento e liberando risorse da investire per migliorare le condizioni di vita di chi vive o arriva sull'isola. Di questo i lampedusani hanno acquisito consapevolezza e con le associazioni del luogo hanno promosso una petizione popolare per chiedere che nessun CIE venga realizzato nelle Pelagie; che sull'isola ci sia solo un centro di soccorso e accoglienza dove i migranti restino solo il tempo necessario per essere avviati nel percorso loro assegnato; che nessuna struttura destinata all'accoglienza venga aperto presso la ex base Loran; che il governo destini le risorse per risolvere i problemi degli abitanti; che si apra un Tavolo di consultazione permanente con la popolazione sulle decisioni che riguardano le strutture dell'isola.Per sostenere i contenuti della petizione e la raccolta firme, l'Arci, l'associazione Askavusa e il Comitato cittadino NO CIE hanno organizzato un'iniziativa pubblica il 23 aprile a Lampedusa, che si è conclusa con il concerto "Pass the mic pt.2…009" di Assalti Frontali, Villa Ada Posse, Esa, Willy Valanga. L'evento ha avuto il patrocinio del Comune e si tienuta in collaborazione con le reti internazionali Flare e Miogreurope. Video dell'intervento di GAD LERNER

lunedì 13 aprile 2009

Assemblea pubblica Contro il Ponte e per la tutela dei territori: le ragioni del No al G8 Ambiente di Siracusa

Giovedì 16 Aprile ore 17:00- Salone delle bandiere del Comune di Messina.
Dal 22 al 24 aprile Siracusa sarà sede del summit G8 sull'ambiente.Verranno a Siracusa, si barricheranno a Ortigia, dentro il castello Maniace :grandi inquinatori, grandi devastatori, grandi sostenitori e applicatori delle politiche liberiste, grandi responsabili del declino inarrestabile del Pianeta e dell'oppressione dei suoi abitanti, a cominciare dai paria dei paesi del Sud del Mondo. Il tutto in un territorio,quello siciliano, che da sempre ha vissuto e vive sulla propria pelle le scelte spregiudicate di un'economia neoliberista che impone la privatizzazione di beni comuni come l'acqua; di processi di militarizzazione e di sottrazione alle popolazioni locali di intere fette di territorio come avviene per la base di Sigonella e l'installazione del sistema di comunicazione satellitare ad alta frequenzaMUOS a Niscemi; la costruzione di inceneritori e rigassificatori; la progettazione di una centrale nucleare; la realizzazione del grandecarcere a cielo aperto di Lampedusa. In particolare, sul nostro territorio grava la prospettiva della costruzione del Ponte sullo Stretto, un'opera inutile, dannosa e che dilapida enormi risorse pubbliche. Intervengono: D. Ialacqua (intervento su Acqua pubblica), C. Cordaro (Lampedusa), L. Solarino (Rigassificatori), L. Sturniolo (Ponte), A. Di Stefano (MUOS), G. Piazza (autore de "Le ragioni del No" inchiesta sul Movimento No Ponte"), A. Mangano (autore di Sette ottime ragioni per riconvertire la base USA di Sigonella), P. Marra (di Territoriot Calabria)
Promuove: Rete No Ponte.
Nel corso dell'iniziativa verranno raccolte le adesioni per partecipare (pullman) alla manifestazione del 23 a Siracusa

martedì 7 aprile 2009

L'Arci lancia una sottoscrizione per l'emergenza terremoto in Abruzzo

Questi i dati del conto corrente su cui effettuare i versamenti: iban - IT 32 K 05018 03200 000000128000 Intestato a: Associazione Arci Via dei Monti di Pietralata 16, 00157 Roma Causale: Emergenza Terremoto Abruzzo. Mentre le notizie che arrivano dall'Abruzzo diventano di ora in ora più drammatiche, i circoli e i comitati della rete Arci si stanno mobilitando per iniziative di solidarietà e di sostegno alle popolazioni colpite dal terremoto. La presidenza nazionale è in costante contatto con i dirigenti abruzzesi e con la Prociv, l'organizzazione della Federazione Arci che si occupa di protezione civile ed ha già inviato sul posto i propri operatori.La situazione in Abruzzo è ancora molto confusa. Si sta provvedendo agli interventi di prima emergenza ma alcune frazioni sono ancora isolate. In queste prime ore è assolutamente necessario che intervenga solo personale organizzato e preparato in modo specifico per l'emergenza, non intralciando il lavoro delle strutture preposte a portare i primi soccorsi.A partire dai prossimi giorni ci saranno molte altre necessità a cui rispondere, sia sul versante dell'aiuto concreto agli sfollati che su quello del sostegno e dell'assistenza, in particolare a bambini ed anziani, anche perché l'emergenza purtroppo durerà diversi mesi. Come è sempre avvenuto in passato, anche stavolta non mancherà il generoso impegno di tutta l'Arci. Da subito l'associazione ha attivato una raccolta di fondi a sostegno degli aiuti.



4 aprile 2009
Eravamo oltre 2.700.000 persone....
Invece, i ministri di questa repubblica danno i numeri 100.000 o 200.000 persone. L'informazione pubblica annaspa....

sabato 28 marzo 2009

Martedì 31 marzo nuova iniziativa sulla Palestina

Il conflitto arabo-israeliano, la genesi storica della tragedia a tutt’oggi in corso dei rifugiati palestinesi, le menzogne della storiografia ufficiale, le implicazioni internazionali della situazione mediorientale e le ineludibili domande che vengono a porsi al movimento di solidarietà con la lotta del popolo palestinese sono i temi al centro del nuovo saggio dello storico israeliano Ilan Pappe che denuncia l’esistenza del piano risalente agli anni Trenta – poi massicciamente messo in pratica nel 1948 – per la pulizia etnica in Palestina. Del libro di Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina (ed.Fazi), si discuterà a Messina, Martedì 31 marzo 2009, alle ore 17:30 nel corso di un dibattito pubblico che si terrà nei locali del Circolo Arci Thomas Sankara Via Campo delle Vettovaglie, s.n. ex Mercato ittico. L'iniziativa è promossa dal Coordinamento per la Palestina di Messina. Interverranno Diana Carminati Masera, storica, e Alfredo Tradardi, responsabile italiano del International Solidarity Movement.


Ilan Pappe, nato ad Haifa nel 1954 da genitori ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista, si è laureato alla Hebrew University e ha svolto il dottorato di ricerca all’Università di Oxford.Nel 2005, ha sostenuto il boicottaggio (incluso quello accademico)di Israele e per questo motivo si è recentemente trasferito,dopo aver insegnato per anni ad Haifa, all’Università di Exeter(Gran Bretagna). Fra le sue opere tradotte in italiano: Parlare con il nemico (con Hilal Jamil, Bollati Boringhieri, 2004) e Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli (Einaudi,2005).
Diana Carminati Masera, già docente di Storia dell'Europa contemporanea presso l'Università di Torino. Ha condotto studi sulla storia della Resistenza in Piemonte e sulla costruzione del discorso dell'identità locale a fine Ottocento, su nazionalismo,militarismo, guerra e sistema patriarcale, e sulla storia delle donne. È stata direttrice (1995-98) del CIRSDE (Centro interdipartimentale di studi e ricerche delle donne) presso > l'Università di Torino. Dall'inizio degli anni Novanta, ha lavorato nella rete italiana delle Donne in nero contro la guerra, nei Balcani e, negli ultimi quattro anni, in Palestina/Israele seguendo progetti internazionali (con OMS e Comune di Torino) con i Centri di donne di Haifa e Gaza.
Alfredo Tradardi, ingegnere, ha lavorato alla Olivetti di Ivrea dal 1960 al 1991.È stato per due volte assessore alla cultura del Comune di Ivrea. Dal 2002 ha iniziato a occuparsi del conflittoisraelo-palestinese partecipando a numerose missioni, in particolare con l’International Solidarity Movement (ISM)palestinese, che hanno condotto alla costituzione dell’ISM-Italia. Ha promosso e coordinato seminari di approfondimento sulconflitto israelo-palestinese e la pubblicazione di Politica – Poesie scelte di Aharon Shabtai, Multimedia edizioni 2008 e de Il nuovofilosemitismo europeo e ‘ il campo della pace in Israele’ di Yitzhak Laor, Le Nuove Muse 2008.
Arci circolo Thomas Sankara Via Campo delle Vettovaglie, s.n. 98122 Messina
Tel/fax 0906413730 circolosankara @tiscali.it mobile 3383225845

domenica 8 febbraio 2009

Report da LAMPEDUSA del 7 febbraio 2009 della delegazione Arci

Siamo in macchina sulla strada di campagna che porta al nuovo CIE - Centro Identificazione ed Espulsione -di Lampedusa, pochi giorni prima Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza, in contrada Imbriacola. A 500 metri dal CIE un posto di blocco della polizia ci ferma e dopo aver chiesto le nostre generalità ci pone una domanda curiosa “ Ci sono dei giornalisti con voi?". Rassicurati dalla nostra risposta negativa ci fanno passare. Arriviamo al cancello del CIE, entriamo. Dovunque vi sono forze dell’ordine ( polizia, guardia di finanza) e camionette, davanti alla “ gabbia” interna vi è il pieno di poliziotti tutti in assetto antisommossa. Il numero degli agenti in servizio al centro è di 350 unità. Entriamo nella “gabbia” accerchiati da poliziotti per la nostra “ sicurezza” e da un ingresso laterale. Subito i reclusi urlano, intorno sudiciume e strutture degradate: urlano le loro storie, la rabbia, la disperazione. Alzando lo sguardo vedi un muro di teste , mezzi busti che penzolano, agitano le mani, le braccia attraverso le sbarre che chiudono le finestre delle “ celle “ del secondo piano della struttura centrale e gridano “ Libertà “ “Libertà”.
Si cerca di far capire chi siamo e lo scopo della nostra presenza. Trattati da persone i migranti- detenuti si siedono in cerchio creano attorno al cerchio un muro di carne e ascoltano il nostro interprete. Altri affannosamente( il tempo è breve) mostrano le ferite , accusano le guardie di maltrattamenti, raccontano storie drammatiche di separazione e morte, mostrano i provvedimenti di respingimento , di trattenimento ed il cartellino dal quale risulta la data del loro arrivo al CIE ( data dello sbarco). Tempo medio di permanenza : un mese, un mese e mezzo; data dei provvedimenti di respingimento febbraio, così come di febbraio sono le convalide del trattenimento: il controllo giurisdizionale della privazione della libertà personale che per legge deve avvenire entro 96 ore, a Lampedusa- CIE avviene dopo un mese- mese e mezzo.
E’ legittimo chiedersi: quale è stato il controllo giuridico operato dal Giudice di Pace per le convalide a Lampedusa ed ancora : gli avvocati di ufficio (n. due per tornata di convalide ) come hanno garantito il diritto di difesa ai loro assistiti non ritenendo di rilevare la palese violazione della privazione illegittima della libertà personale? La lettura dei provvedimenti di respingimento rende nervoso un poliziotto: con un violento colpo del casco di ordinanza ferma la mano che prendeva appunti e spezza la penna. Si esce dalla gabbia seguiti dalle richieste di aiuto urlate da centinaia di migranti- detenuti. Tutti vorrebbero parlare con un avvocato , essere difesi. In una stanza esterna alla “ gabbia” si trovano 9 dei 15 migranti- detenuti che hanno tentato di uccidersi: con lamette, con le corde, infettando coscientemente le proprie ferite. Non hanno più speranza di poter raggiungere le famiglie, i sogni.
Ci siamo chiesti: e la possibilità di richiedere asilo?
Su informazione apprese dall’ACNUR i migranti_ detenuti sono informati del diritto d’asilo e possono da soli inoltrare la domanda presso il posto di polizia del CIE.
Tutto và per il meglio.
A sera altri migranti – detenuti decidono di uscire dal CIE suicidandosi.
Avv. Carmen Cordaro

sabato 7 febbraio 2009

Alaà Abu Rob, 21 anni, profugo palestinese, trucidato dall’esercito israeliano.

Un'altra tragedia si è consumata in Palestina, in Cisgiordania, vicino a Jenin, nel villaggio di Quabatya il 5 febbraio. Il Circolo Arci Thomas Sankara da sempre al fianco del popolo palestinese ha esposto sulla propria porta il segno del lutto ed è vicino alla famiglia di Alaà, nipote della dirigente dell’associazione dott.ssa Rana Abu Rub. La notizia girata sui media è trattata come l’ennesimo episodio di guerra, un’operazione dell’esercito israeliano per fermare un “pericoloso miliziano” della Jihad Islamica. Le fonti ovviamente sono sempre quelle della forza occupante: Israele. Le notizie raccontate dal fratello Mohammed, invece, ci parlano di crimini di guerra, tortura, violazione dei diritti umani. Alla 4:30 di notte circa 70 soldati, 30 con il volto coperto, hanno fatto esplodere la porta di casa dei genitori del ragazzo e sono penetrati all’interno, mentre la famiglia dormiva, i genitori e gli otto fratelli. Alaà era ancora sveglio davanti il computer,nel salotto di casa, il fratello Mohammed era accanto, disteso sul suo letto. Hanno sparato,come in un’esecuzione, alla testa di Alaà per ucciderlo, il fratello a pochi centimetri è rimasto fortunatamente illeso. Solo dopo l’assassinio ed aver legato il fratello, i soldati hanno chiesto se il ragazzo ucciso era armato – non aveva armi – e i documenti dei due fratelli. I genitori ed gli altri fratelli risvegliati dall’esplosione e dagli spari sono accorsi in salotto, alle grida ed alle lacrime della madre disperata i soldati hanno risposto di smettere o avrebbero ucciso tutta la famiglia. Fatti uscire i familiari a forza dalla casa, hanno fatto implodere l’edificio con il corpo di Alaà dentro. Il ragazzo era stato imprigionato la prima volta per 8 mesi, torturato e costretto a confessare “determinate cose” come resistente palestinese, due anni fa si era costituito volontariamente per paura di ennesime rappresaglie, recluso per 16 mesi e liberato solo 3 mesi fa, era tornato a casa confessando alla madre : non voglio più costituirmi perché nessuno può immaginare le torture a cui sono stato sottoposto. Le notizie ufficiali parlano di Alaà come ricercato, la condizione permanente di ogni resistente palestinese non appartenente all’Autorità palestinese, come se potesse esistere una condizione simile, con una pena che non finisce con la reclusione e un processo equo e regolare ed un trattamento con umanità, ma queste prerogative delle convenzioni internazionali valgono per la maggior parte delle popolazioni, non certo per il popolo palestinese. Chiediamo, soltanto il rispetto delle convenzioni internazionali, il divieto di uccisione di persone prive di mezzi di difesa, di violare la dignità umana utilizzando trattamenti inumani e degradanti, di distruggere da parte della potenza occupante immobili civili, di compiere rappresaglie, di torturare i prigionieri…. Tutto ciò produce solo odio, un ragazzo di 21 anni detenuto per anni, torturato, sotto minaccia.. Non c’è speranza di pace - sotto assedio - finché non si metterà fine ad un’occupazione ingiusta e criminale..
A breve il circolo organizzerà un incontro per distribuire materiali su questa ed altre storie sotto l’occupazione

venerdì 23 gennaio 2009

Emergenza somali, conferenza stampa 24 gennaio

Più di cento profughi somali a Messina da quasi un mese aiutati dal volontariato: sull’argomento il Circolo Arci “Thomas Sankara” lancia un appello alle istituzioni – rivolto al Comune di Messina e alla Prefettura – con una Conferenza stampa sabato 24 gennaio, alle 11, presso il Salone degli Specchi della Provincia Regionale di Messina.
“Il volontariato non basta, né ce la può fare da solo. Occorre che le istituzioni intervengano, per ridurre drasticamente i tempi per la concessione del permesso di soggiorno e del titolo di viaggio, e per prendersi carico del problema dell’alloggio. Sono in procinto di arrivare almeno altri cento profughi. Dove li faremo alloggiare? Mentre Messina viene sinistramente inclusa tra le realtà nazionali dove i migranti muoiono all’aperto, per il freddo, le istituzioni non possono agire solo quando scoppia il caso eclatante e drammatico, ma occorre puntare sulla prevenzione, nel segno dell’accoglienza”: è la denuncia del Circolo Arci “Thomas Sankara” di Messina.
Alla Conferenza stampa interverranno Carmen Cordaro, presidente dell’Arci Territoriale di Messina e avvocata impegnata nel campo dei diritti dei migranti, il docente universitario e presidente del Cesv – Centro Servizi per il Volontariato, Antonino Mantineo, e i rappresentanti del Terzo Settore e del volontariato che hanno affrontato con generosità l’emergenza dell’alloggio. Sono stati invitati alla Conferenza stampa l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Messina, Pinella Aliberti, l’assessore comunale all’Integrazione, Dario Caroniti, e l’assessore alla Solidarietà sociale della Provincia Regionale di Messina, Pio Amadeo.

L’emergenza

Più di cento profughi somali si trovano da almeno tre settimane a Messina, dopo essere stati chiusi dai quattro ai cinque mesi nel Centro di emergenza a Sant’Angelo di Brolo. Più di cento persone, tra uomini e donne, che, dopo la valutazione positiva della Commissione di Trapani, sono in attesa del titolo di viaggio e del permesso di soggiorno, in quanto migranti sfuggiti a una realtà violenta nel loro Paese e dunque titolari del diritto di asilo in Italia e nell’ambito della Comunità Europea. Più di cento profughi inviati da Sant’Angelo di Brolo e attualmente ospitati a Messina solo grazie all’ospitalità e agli sforzi del volontariato, con l’impegno comune del Circolo Arci “Thomas Sankara”, della Caritas, dei Centri d’accoglienza, della cooperativa sociale “Scirin” (che gestisce il Forte San Jachiddu), del Consorzio Sole (gestore di Forte Petrazza) e anche dell’associazione rom “Baktalo Drom
”.

<> venerdì 23

“Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci della Palestina”. E’ il titolo del libro di Gianluca Solera che sarà presentato venerdì 23 gennaio, dalle ore 17, presso la sala di ex Chimica, all’interno dell’Università centrale di Messina. Sarà presente l’autore e interverranno i nostri soci : Rana Abu Rub, palestinese e docente di Lingua e Letteratura araba; Katia Pastura, libraia; Giovanni Raffaele, storico e il docente di Filosofia Citto Saija. L’iniziativa è promossa dal Circolo Arci “Thomas Sankara” di Messina. Seguirà il dibattito su un tema particolarmente significativo, tra gli echi della Storia e i richiami drammatici all’attualità.
Il libro “Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci della Palestina” è edito da Nuova Dimensione, Portogruaro (Verona), 2007, pp. 243, euro 18.
Gianluca Solera. Dopo molti anni a Bruxelles come consigliere politico del Parlamento europeo, è partito per la Palestina nell’estate del 2004, dove ha vissuto fino alla primavera del 2005. Attualmente è direttore di programma della neonata Fondazione Euro-Mediterranea Anna Lindh per il Dialogo tra le Culture, che ha sede ad Alessandria d’Egitto.

Per informazioni Circolo Arci “Thomas Sankara” di Messina, Via campo delle Vettovaglie, ex mercato ittico, s.n. 98122, tel/fax 0906413730 – 3926174488, e-mail circolosankara@tiscali.it, http://arcisankara.blogspot.com.

domenica 11 gennaio 2009

Gaza, perchè odiano tanto l'Occidente, ci domanderemo?












di Robert Fisk *
E così Israele ha nuovamente aperto le porte dell’inferno per i palestinesi: morti 40 civili che si erano rifugiati dentro una scuola delle Nazioni Unite, altri tre in un’altra. Non male per una notte di lavoro da parte dell’esercito che crede nella "purezza delle armi". Ma perché dovremmo essere sorpresi?
Abbiamo dimenticato i 17.500 morti – quasi tutti civili, la maggior parte dei quali donne e bambini – dell’invasione israeliana del Libano nel 1982; i 1.700 civili palestinesi morti nel massacro di Sabra e Shatila; il massacro di 106 civili libanesi che si erano rifugiati in una base dell’Onu – più della metà bambini - a Qana nel 1996; quello dei rifugiati di Marwahin – ai quali gli israeliani avevano ordinato di lasciare le proprie case nel 2006 – e che sono poi stati massacrati dall’equipaggio di un elicottero israeliano; i 1.000 morti di quegli stessi bombardamenti e dell’invasione del Libano nel 2006, quasi tutti civili?
Quello che è incredibile è che così tanti leader occidentali, così tanti presidenti e primi ministri, e. temo, così tanti direttori di giornali e giornalisti, si siano bevuti la vecchia menzogna: che gli israeliani fanno molta attenzione per evitare le vittime civili. "Israele fa ogni sforzo possibile per evitare le vittime civili", aveva detto l’ennesimo ambasciatore israeliano solo poche ore prima del massacro di Gaza. E tutti i presidenti e i Primi ministri che hanno ripetuto questa menzogna come pretesto per evitare un cessate il fuoco hanno le mani sporche del sangue della macelleria di ieri notte. Se George Bush avesse avuto il coraggio di esigere un cessate il fuoco immediato 48 ore prima, quei 40 civili - le donne, i bambini, e i vecchi - sarebbero vivi.
Quello che è successo non è solo vergognoso. E’ stata una indecenza. Crimine di guerra sarebbe un termine troppo forte? Perché è così che definiremmo questa atrocità se a commetterla fosse stato Hamas. Quindi temo che si sia trattato di un crimine di guerra. Dopo aver visto così tanti omicidi di massa da parte degli eserciti del Medio Oriente – dei soldati siriani, di quelli iracheni, di quelli iraniani, di quelli israeliani – suppongo che dovrei reagire in modo cinico. Ma Israele sostiene di stare combattendo la nostra guerra contro il "terrorismo internazionale". Gli israeliani affermano che a Gaza stanno combattendo per noi, per i nostri ideali occidentali, per la nostra sicurezza, per la nostra incolumità, secondo i nostri standard. E quindi anche noi siamo complici della barbarie che adesso si abbatte su Gaza.
Ho riferito i pretesti che l’esercito israeliano ha servito in passato per questi scandali. Dal momento che potrebbero benissimo essere tirati fuori di nuovo nelle prossime ore, eccone alcuni: che sono stati gli stessi palestinesi a uccidere i loro rifugiati, che i palestinesi hanno riesumato i corpi dai cimiteri e li hanno collocati fra le rovine, che in definitiva la colpa è dei palestinesi perché hanno dato il proprio sostegno a una fazione armata, o perché alcuni palestinesi armati hanno intenzionalmente usato i rifugiati innocenti come copertura.
Il massacro di Sabra e Shatila fu commesso dai Falangisti della destra libanese alleati di Israele, mentre i soldati israeliani, come ha rivelato la stessa commissione di inchiesta israeliana, rimasero a guardare per 48 ore senza far nulla. Quando venne attribuita la responsabilità a Israele, il governo di Menachem Begin accusò il mondo di “oltraggio del sangue” [blood libel – il termine originale inglese – indica l’accusa rivolta agli ebrei di commettere omicidi per utilizzare il sanguer delle vittime a scopo rituale NdT] . Dopo che l’artiglieria israeliana aveva sparato colpi di mortaio all’interno della base Onu di Qana nel 1996, gli israeliani affermarono che nella base si erano rifugiati anche combattenti di Hezbollah. Era una menzogna. Gli oltre 1.000 morti del 2006 – una guerra iniziata quando Hezbollah aveva catturato due soldati israeliani sul confine – vennero liquidati semplicemente come responsabilità di Hezbollah. Israele sostenne che i corpi dei bambini uccisi in un secondo massacro a Qana potevano essere stati presi da un cimitero. Era un’altra menzogna. Per il massacro di Marwahin non venne mai fornito alcun pretesto. Alla gente del villaggio era stato ordinato di andar via: obbedirono agli ordini israeliani, e poi vennero attaccati da un elicottero da combattimento israeliano. I rifugiati avevano preso i loro bambini e li avevano fatti stare in piedi attorno al camion sul quale stavano viaggiando in modo che i piloti israeliani vedessero che erano innocenti. L’elicottero israeliano li falciò a distanza ravvicinata. Sopravvissero solo in due, fingendosi morti. Israele non presentò neppure le scuse.
Dodici anni prima, un altro elicottero israeliano aveva attaccato una ambulanza che stava trasportando dei civili da un vicino villaggio – ancora una volta dopo che Israele aveva ordinato loro di andar via – uccidendo due donne e tre bambini. Gli israeliani sostennero che nell’ambulanza c’era un combattente di Hezbollah. Non era vero. Ho seguito tutte queste atrocità, ho indagato su tutte, ho parlato con i sopravvissuti. E così hanno fatto alcuni miei colleghi. Naturalmente, ci è toccata la più calunniosa delle diffamazioni: siamo stati accusati di essere antisemiti.
E ora scrivo ciò che segue senza il minimo dubbio: sentiremo nuovamente queste fabbricazioni scandalose. Avremo la menzogna “la colpa è di Hamas” – sa il cielo, di colpe ne hanno abbastanza senza dover aggiungere questo crimine – e potremo benissimo avere la menzogna dei corpi riesumati dal cimitero, e quasi certamente avremo quella “nella scuola delle Nazioni Unite c’era gente di Hamas”, e avremo certamente la menzogna dell’antisemitismo. E i nostri leader faranno grandi dichiarazioni, e ricorderanno al mondo che è stato Hamas a rompere per primo il coprifuoco. Non è vero: lo ha fatto Israele - prima il 4 novembre, quando un suo bombardamento ha ucciso sei palestinesi a Gaza, e di nuovo il 17 novembre, quando un altro bombardamento ne ha uccisi altri quattro.
Sì, gli israeliani meritano la sicurezza. Venti israeliani morti in 10 anni attorno a Gaza sono in effetti una triste cifra. Ma 600 palestinesi morti in poco più di una settimana, migliaia negli anni dopo il 1948 – quando il massacro israeliano di Deir Yassin contribuì a mettere in moto la fuga dei palestinesi da quella parte della Palestina che sarebbe diventata Israele – sono su una scala del tutto diversa. Che ricorda non un normale bagno di sangue in Medio Oriente, ma una atrocità a livello delle guerre dei Balcani degli anni ‘90. E, naturalmente, quando un arabo inizierà a non potere più frenare la sua ira, e rivolgerà la propria collera incendiaria e cieca contro l’Occidente, diremo che questo non ha nulla a che vedere con noi. Perché ci odiano, ci domanderemo? Non diciamo però di non conoscere la risposta. da "The Independent" 7 gennaio 2009
clicca per versione originale in inglese sul quotidiano britannico The Independent
Traduzione di Ornella Sangiovanni, tratto da sito del forumpalestina