domenica 3 aprile 2011
Piccolo glossario per i distratti o gli assenti sulla vicenda del campo rom
giovedì 31 marzo 2011
ABITARE UNA LINGUA, RACCONTARE STORIE

Il primo incontro è dedicato al racconto biografico, una raccolta di storie di vita migrante curata da Francesca Spinelli, con la prefazione di Gad Lerner ,i cui autori sono tutti giornalisti di origine straniera, che hanno scelto di vivere in Italia. Il libro intitolato "Nuove Lettere persiane, sguardi dall'Italia che cambia" è edito da Ediesse e verrà presentato insieme ad uno degli autori, il giornalistica libico Farid Adly.
Evento facebook
lunedì 28 marzo 2011
La mia sconfitta, la nostra salvezza
domenica 20 marzo 2011
18.03.2011 - Deportazione di Stato
Gli arrivi dall'inizio dell'anno sono poco più di 10mila, numeri quindi non da ‘esodo biblico', ma sufficienti a mandare in tilt il ministro Maroni.
Gli annunciati spostamenti ‘volontari' dei rifugiati e richiedenti asilo alloggiati nei CARA (Centri d'accoglienza per Richiedenti Asilo) si stanno rivelando vere e proprie deportazioni. Le persone interessate si nascondono per evitare di essere trasportate a Mineo, senza alcun provvedimento che fornisca dei criteri e delle garanzie. Persone che hanno passato mesi in un CARA, avviato progetti, che hanno in corso procedimenti in merito alla domanda d'asilo, vedono interrotto il loro percorso senza spiegazioni, senza che venga fornito un criterio, senza atti formali che legittimino quanto sta accadendo.
Persino i trasferimenti da un carcere all'altro avvengono attraverso procedure che prevedono il coinvolgimento dei detenuti e dei oro legali. I CARA invece, in particolare con questo governo, sono sempre più territorio di nessuno, spazi al di fuori della legalità.
Il già fragile sistema d'accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo viene alterato e sconvolto da un governo che vuol aumentare la confusione, renderla percepibile a tutti, per alimentare le paure dei cittadini e su quelle costruire, come ha dichiarato tranquillamente Bossi, maggior consenso elettorale.
Il fatto che chi viene sradicato dal suo ambiente e sballottato senza spiegazioni da un'altra parte siano persone che hanno già subito persecuzioni, torture e violenze, spesso vittime di traumi che richiedono un'assistenza psicologica, non interessa minimamente ai nostri cinici governanti.
E' la stessa mancanza di umanità che caratterizza il trattamento riservato a chi sta in queste ore sbarcando a Lampedusa. Ammassati come bestie, in condizioni igieniche del tutto precarie, per loro si prospettano soluzioni logistiche del tutto improbabili e fuori da ogni logica. Ma tutto deve servire a dimostrare all'opinione pubblica che l'eroico Maroni deve fronteggiare l'invasione, mentre soffia sul fuoco del disagio dei lampedusani.
Anziché gestire l'emergenza coinvolgendo i territori e ricercando soluzioni compatibili con il sistema d'accoglienza ordinario, si sta percorrendo la via del tanto peggio tanto meglio.
D'altra parte questo è sempre stato l'approccio del governo rispetto all'immigrazione: repressione, espulsioni, nessuna politica di integrazione. Adesso che sull'amico Gheddafi non si può più contare, il nervosismo è alle stelle.
E però noi, che accanto ai migranti operiamo ogni giorno, che ci battiamo per il rispetto dei diritti di tutti, non possiamo non chiedere ai nostri governanti: Fermatevi, prima che sia troppo tardi. Comunicato stampa Arci nazionale
sabato 19 marzo 2011
ALLA DEMOCRAZIA IN LIBIA NON SERVE L’AVVENTURISMO MILITARE: AUMENTARE LA PRESSIONE POLITICA PER IL CESSATE IL FUOCO

Sabato 19 marzo ore 10:30 "Le ragioni e il futuro delle rivolte in Maghreb" Pickwick Via Ghibellina, intervengono i dirigenti dell'Arci Carmen Cordaro e FArid Adly.
TRASFORMIAMO L’ANGOSCIA IN PARTECIPAZIONE VOTIAMO SI’ AI REFERENDUMACQUA PER TUTTI, NUCLEARE PER NESSUNO IN PIAZZA A ROMA SABATO 28 MARZO
I popoli si liberano, l’Europa continua a rinchiudere
Campagna di visite di parlamentari nei centri di detenzione
in Europa e alle sue frontiere esterne
Dal 7 al 31 marzo parlamentari italiani ed europei,con esponenti di organizzazioni sociali, in visita nei centri di detenzione di Bulgaria, Spagna, Belgio, Germania, Francia, Italia e Mauritania
Mentre le rivolte nei paesi della riva sud del Mediterraneo stanno modificando le relazioni di questi paesi con l’Unione europea in merito alle questioni migratorie, Migreurop, di cui l'Arci fa parte, lancia la sua seconda campagna di visite di parlamentari nei centri di detenzione. Dal 7 al 31 marzo, parlamentari nazionali ed europei e attivisti di organizzazioni sociali visiteranno centri di detenzione in Bulgaria, Spagna, Belgio, Germania, Francia, Italia (tra l’altro Reggio Calabria e Milano) e Mauritania, dove le istituzioni europee finanziano strutture simili. Si ricorda che a marzo 2009, la rete Migreurop, nel quadro della campagna “Per un diritto alla trasparenza nei luoghi di detenzione per stranieri”, aveva già coinvolto parlamentari di numerosi paesi in una serie di visite a luoghi di detenzione per stranieri, finalizzate a dare attuazione al diritto alla trasparenza (si veda http://www.migreurop.org/rubrique276.html).La detenzione nei centri è la soluzione più frequentemente utilizzata dagli stati membri dell’Unione europea per affrontare i fenomeni migratori. La direttiva rimpatri, adottata a dicembre 2008, avrebbe dovuto essere recepita dalle legislazioni nazionali entro la fine del 2010. Ad oggi solo 9 paesi membri su 27 l’hanno fatto. Nonostante questa direttiva sia stata presentata come uno strumento volto ad armonizzare le condizioni di rimpatrio e meglio garantire i diritti dei migranti, di fatto non assicura il rispetto dei diritti fondamentali delle persone trattenute: ad esempio, la durata massima della detenzione è stata estesa in vari paesi (Spagna, Italia, Grecia) ed il divieto di reingresso nel territorio europeo - anche per anni – si applica anche a coloro che hanno familiari residenti in un paese dell’Unione. Migreurop – che nel 2010 ha chiesto la chiusura di tutti i centri di detenzione per stranieri – ripete questa iniziativa affinché la società civile possa esercitare il diritto di visita nei centri (diritto peraltro previsto dalla direttiva rimpatri) al fine di conoscere meglio le condizioni di vita delle persone detenute e l’effettività dei loro diritti.
mercoledì 16 marzo 2011
17 marzo 150 anni dell'unità d'Italia : l'Italia vista da altrove
Messina - Milano
: l'Italia unita racconta se stessa e i suoi mutamenti. Il 17 marzo, in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia, al circolo Arci Métissage di Milano ed al circolo Arci Thomas Sankara di Messina, la proiezione in contemporanea di "Fratelli d'Italia" il film documentario che riflette sul tema dell'identità attraverso le storie dei "nuovi italiani".
"Fratelli d'Italia" è un film di Claudio Giovannesi, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma, di cui sono protagonisti tre ragazzi di origine straniera, un ragazzo rumeno, una ragazza bielorussa, un ragazzo egiziano, compagni di scuola a Ostia. La proiezione del film è stata concessa dalla casa di produzione l'Istituto Luce, poichè il film non è ancora circuitato in tutte le sale.
Prima del film, a Milano, alle 18:00, l'incontro con lo scrittore algerino Amara Lakhous ("Divorzio all'islamica a Viale Marconi"; "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio", premio Flaiano 2006), a Messina alle 19:30 “Giovane Italia tra passato e presente”, ovvero Arciconversazione insieme allo storico Giovanni Raffaele sull'Unità d'Italia prima della proiezione del fim.
I due appuntamenti rientrano nel progetto "Spunti di vista", finanziato dal Dipartimento delle Pari Opportunità, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (bando Azioni Positive 2010), promosso da Arci Nazionale e dai circoli Arci Thomas Sankara di Messina e Métissage di Milano, che indaga sulla condizione delle giovani generazioni di origine straniera nelle due città gemellate. Evento Facebook
domenica 6 marzo 2011
"Dalla Libia arriva un grido di libertà" di Farid Adly

Cari lettori, continuate ad abbonarvi al manifesto! Cari compagni del manifesto, redattori e lettori, non sono d'accordo con voi su alcune posizioni, ma continuo a leggere e difendere (per quel poco che posso fare) il manifesto. Le riflessioni che sono state avanzate da Rossanda, Castellina, Parlato e Di Francesco sono sacrosante, ma difettano in un punto: non inquadrano la questione libica nel suo contesto storico.
Prima di tutto, quella in corso non è una guerra civile; lo potrà diventare in futuro, ma adesso è una resistenza popolare contro un tiranno, la sua famiglia, i miliziani e mercenari. È paragonabile alla resistenza italiana contro il fascismo mussoliniano.
La questione della bandiera issata sulle zone liberate, avanzata da Manlio Dinucci, quella dell'indipendenza, non è un sintomo di ritorno al passato. Quella bandiera non è certo proprietà dell'ex re Idriss o della confraternita senussita. (A proposito, non ho capito il riferimento del compagno Parlato all'asserito antisemitismo di Idriss. Essere anti-sionisti non è necessariamente antisemitismo. Vi ricordo che prima dell'occupazione della Palestina, tra i vari progetti per creare Israele, nella prima metà del Novecento, la Cirenaica era uno dei luoghi proposti. Essere contrari a quei propositi non è certo antisemitismo). Io avrei usato la bandiera rossa, ma io e la mia generazione non contiamo nulla in questa rivoluzione. La corrente monarchica nell'opposizione è assolutamente minoritaria e lo sbandierare di quel tricolore, con stella e mezzaluna in bianco, non è un attaccamento al passato ma un chiaro rifiuto del regime. Fondare su questo una critica ai giovani libici che hanno affrontato a petto nudo le mitragliatrici anti-carro dei miliziani e mercenari di Gheddafi, è di una ingenerosità disarmante. Non si nega qui l'esistenza di piani internazionali per mettere le mani sul petrolio della Libia, ma la rivoluzione libica del 17 Febbraio 2011 non è guidata da fantocci dell'imperialismo, bensì da giovani e democratici che hanno una storia nel paese. La caduta del muro della paura, dopo le esperienze di Tunisia e Egitto, li ha portati ad alzare la testa contro la tirannia. Se non mettiamo al centro dell'attenzione questo grido di libertà, che nasce dal basso, non capiremmo nulla dai moti di rivolta che stanno caratterizzando la lotta dei paesi arabi contro le cariatidi al potere da troppi anni.
La seconda questione riguarda il Gheddafi socialista. Le tesi sul cosiddetto socialismo arabo hanno imperversato negli anni Cinquanta e Sessanta, al momento del riscatto nasserian-baathista di Egitto e Iraq. Interessanti esperienze di borghesia nazionale del sud del mondo, che sono state, solo per necessità, anti-imperialiste nella prima fase del loro sviluppo. In Iraq, Egitto e Siria di quegli anni i comunisti e i socialisti sinceri sono stati perseguitati e repressi. Quelle esperienze di colpi di stato hanno dato molti frutti positivi sul piano sociale, ma solo nella prima fase del loro sviluppo. La tendenza verticistica e la mancanza di una legittimità democratica, da una parte, e l'attacco dei paesi occidentali alleati di Israele dall'altro (guerra di Suez nel 1956 e quella del 5 giugno 1967) hanno reso questi nuovi regimi delle oligarchie militari che nulla hanno a che fare con l'idea di una giusta distribuzione della ricchezza nazionale e dello sviluppo sociale e culturale dell'essere umano, base di ogni esperienza socialista.
Gheddafi arriva dopo, nel 1969. La «spinta propulsiva» del golpe militare contro il vecchio re Idriss, per dirla con Berlinguer, è finita molto presto. Già nel 1973 della rivoluzione degli ufficiali liberi non c'era più nulla, se non la spietata repressione di ogni dissenso. Le forche all'Università, l'allontanamento dei compagni d'armi, la cancellazione di ogni forma d'opposizione, il divieto dei sindacati, l'annullamento di ogni azione indipendente della società civile, l'uccisione degli oppositori all'estero (l'Italia è stata un teatro prediletto per azioni terroristiche) e le operazioni militari contro civili che protestavano pacificamente contro le volontà del tiranno (anni '80 e '90 a Derna e Bengasi...), il massacro di Abu Selim (26 giugno 1996), sono esempi di questo dominio di una nuova classe dirigente che si è ridotta di fatto alla famiglia di Gheddafi e a una piccola cerchia di suoi seguaci.
La corruzione imperante e il dominio totale dei servizi segreti sulla vita quotidiana dei cittadini sono alla base di un regime che ha sperperato le ricchezze del paese non per costruire una Libia moderna capace di creare occupazione e prosperità per il popolo, ma per comperare le coscienze, conquistare l'appoggio di altri dittatori, in impossibili e perdenti guerre africane (Uganda, Ciad...) e nel lusso per i suoi figli e adepti. La Libia è un paese ricco, ma i libici sono poveri. Un impiegato prende l'equivalente di 170 dollari al mese, mentre uno degli stolti figli del tiranno ha speso due milioni di dollari per uno spettacolo, durato solo un'ora, di una cantante americana, Beyoncé, in una discoteca di Las Vegas.
Del socialismo gheddafiano, i libici hanno un ricordo sbiadito dei supermercati vuoti dalle mercanzie e della noiosa e stupida burocrazia corrotta, simile a quello che hanno ereditato le giovani generazioni dell'est europeo. E non tutto era anticomunismo.
Non credo che Gheddafi rappresenti una continuazione dell'esperienza non allineata di Nasser. Castellina fa bene a ricordare l'importanza di quell'idea, peraltro ridotta al silenzio dalla spietata aggressione imperialista, di rifiuto di schierarsi per forza con uno dei due patti militari in cui era diviso il mondo del secondo dopoguerra. Nasser è morto povero e suo figlio non ha ereditato nessun ruolo politico. Qui invece abbiamo la ricchezza petrolifera del paese considerata come proprietà privata della famiglia e il potere jamahiriano ridotto a una ridicola monarchia. Considerare Gheddafi come parte di quel mondo che si è incamminato nel solco del nobile esperimento dei «Non Allineati» è stato un errore di valutazione della compagna Castellina.
Non bastano le belle intenzioni del colonnello! Quel che conta nella politica è l'azione. Anch'io, come molti giovani libici di allora, ho occupato il Consolato libico a Milano e ho distrutto la gigantografia di re Idriss. Ma già nel 1973, l'Unione generale degli studenti libici che guidavo, ha occupato l'ambasciata libica a Roma, per protesta contro l'impiccagione nell'atrio dell'Università di Bengasi (per di più senza processo) degli studenti che chiedevano libertà e rappresentanza.
La sinistra libica è stata cancellata con uccisioni e detenzioni e in alcuni casi con la compravendita delle coscienze, nel più totale silenzio. È stata anche colpa nostra, perché non siamo stati capaci di comunicare e tessere relazioni e abbiamo vissuto l'azione di opposizione in forme organizzative frammentarie. Ma non si può dare a Gheddafi la patente di rappresentante di un'idea di socialismo. Gli errori di questo tiranno non si limitano agli ultimi dieci anni, come sostiene il compagno Parlato (il manifesto, 27 febbraio), ma risalgono a ben più lontano.
Gheddafi ha sbandierato il vessillo dell'anti-imperialismo e dell'anti-colonialismo, ma sotto il tavolo ha barattato la propria salvezza personale con accordi che hanno aperto la Libia al saccheggio dei paesi ricchi. Siamo consapevoli che il petrolio fa gola a molti. E per questo siamo contrari a ogni intervento militare esterno. L'opposizione ha chiesto una «No Fly Zone» per impedire l'uso dell'aeronautica da parte del colonnello (come sta avvenendo in queste ore su Brega e Ajdabieh).
Gli uomini che formano il governo provvisorio di salute pubblica sono persone che conosco personalmente e sono serie e fidate. Non sono secessionisti né fondamentalisti. La matrice democratica che li spinge a ribellarsi agli ordini del tiranno è fuori discussione. Non dar loro ascolto, sarebbe un grave errore da parte della sinistra italiana e dell'Italia democratica tutta.
Infine, l'autolesionismo. Perseverare nell'errore sarebbe il peggio. Il giudizio positivo che si dava di alcune esperienze dei paesi dell'emisfero sud non vieta la possibilità di una revisione critica. Come avvenne per la critica dei paesi del socialismo reale dell'est europeo, anche oggi è possibile prendere atto della fine di un'illusione. Il giudizio di allora aveva le sue ragioni contingenti e di contesto. La situazione attuale è un'altra. E va riconosciuta per quel che è. Non credo sia lungimirante cospargerci il capo di cenere per gli errori di valutazione e analisi del passato. Ricordiamoci che Mussolini era stato socialista e che Giuliano Ferrara era comunista.
Anche nel ricordo e per monito di quelle sconfitte, cari lettori, continuate a comperare il manifesto, strumento indispensabile per informarsi e discutere del mondo di oggi!
* con lo pseudonimo Abi Elkafi ha scritto sul manifesto molte cronache della rivolta libica.
Lettera pubblicata sul quotidiano "Il Manifesto" il 05/03/2011
sabato 5 marzo 2011
Venerdì 11 marzo si apre la mostra di vignette contro il razzismo
Venerdì 11 marzo 2011 dalle 19.00 alla galleria Orientale Sicula verrà presentata una mostra di “"cartoons”" ideata dall’' inossidabile ottantenne Sergio Staino l'inventore di Bobo intitolata “Nostra patria è il mondo intero. Migranti e briganti”, una carrellata di vignette inedite o già pubblicate sui maggiori quotidiani italiani e nate dalla matite dei maggiori rappresentati della satira italiana, oltre al decano Staino sono presenti le tavole degli altri maestri indiscussi Altan, ElleKappa, Vauro, Staino con la partecipazione del catalano Alfonso Lòpez. La mostra, presenta il tema del razzismo e del diffondersi dei sentimenti di paura e di diffidenza verso chi viene da paesi e culture diverse, ed è una riflessione ironica sulla tendenza a distinguere sempre tra “noi e loro” nel riconoscimento dei diritti fondamentali e di cittadinanza. Presentata a Messina dal Circolo Arci Thomas Sankara è stata realizzata dall’Arci e dalla casa editrice Feltrinelli. Presentata per la prima volta nella scorsa edizione del Meeting Internazionale Antirazzista dell’Arci a Cecina sta girando per l’Italia con l’obiettivo di interrogarci sulla nostra relazione con i cittadini “senza nazionalità italiana”. La mostra sarà inaugurata da un happening sul razzismo, all’interno del quale la scuola di lingua e cultura araba del Circolo Arci Thomas Sankara presenterà, Fukaha", che in arabo, vuol dire umorismo, una selezione di vignette dal mondo arabo edite sulle testate ufficiali e non. L’evento realizzato in collaborazione con la l’Associazione messinese di artisti “Orientale Sicula Settepuntoarte “ ospiterà un’opera grafica di Pippo Galipò, sul razzismo. Scrive Domenico Starnone nella presentazione della mostra: “ Si Sa che un razzista, salvo casi rari di entusiastica spudoratezza, non si considera mai tale. Ritiene invece di avere prove certe che c’è gente stupida, indolente, pericolosa la quale non solo è incapace per natura di far bene nel paese d’origine, ma ha deciso di far male anche in casa nostra. il razzista non vi dirà mai che questa sua convinzione ha a che fare col colore della pelle o col fatto puro e semplice che si tratta di stranieri, vale a dire persone con lingua, usi e costumi diversi dai suoi. Vi dirà invece, come fanno i nostri governanti, che il problema è la difesa dell’ordine pubblico, la tutela dei confini patrii, il rispetto delle nostre tradizioni, l'’allarme terrorismo……”...E non dimenticate l'appuntamento del 17 marzo con il film Fratelli d'Italia al circolo. Le iniziative proposte rientrano nel progetto già presentato alla stampa “Spunti di vista” che si interroga sulla condizione delle giovani generazioni di origine straniera ed è realizzato con il supporto dell’'Unar Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (bando Azioni Positive 2010) insieme all'Arci nazionale ed al Circolo Arci Métissage di Milano. Partner di Messina il Dottorato di Ricerca in Pedagogia e Sociologia Interculturale dell'Università di Messina e il Liceo Statale Ainis-